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Loner Household, Vol. 2 Capitolo VI, Estate - sessione 5

Verso Hanado


Nadèje in Estate 


Le tre ragazze lasciarono Tsukito all’alba di Litha, il primo giorno d’estate, quando l’aria sapeva già di polline e il cielo aveva il colore lattiginoso delle mattine troppo luminose.
Il frammento della Tavoletta era al sicuro nella bisaccia di Gwen, ben avvolto in panni di seta di falena.

Il viaggio verso Hanado, la prefettura dei mille colori, iniziava attraverso una distesa immensa di prati fioriti. Per loro quei prati erano una foresta di steli ondeggianti, con corolle grandi come tetti e petali luminosi come vetrate.

Il caldo era già un avversario.

Carlotta si nascondeva sotto  il parasole che aveva acquistato a  Tsukito.
Gwen si lamentava in tre lingue e mezza.
Nadèje sorrideva, coprendosi il capo con quello che rimaneva della sua sciarpa, ma aveva le ali appiccicate alla schiena dalla calura.

La pace durò poco.


L’incontro con Naoko

Svoltando tra due “alberi” di margherite alte come torri, udirono un grido:

«Aiutooo! Qualcuno mi aiutiiii!»

Una giovane Shinigami minuta, con un kimono fiorato e uno zaino troppo grande, correva verso di loro.
Dietro di lei, avanzando a scatti, incombeva un’enorme mantide religiosa, verde come vetro e affamata come un fuoco divampante.

«La vuole mangiare!» gridò Carlotta.

La fanciulla inciampò su una radice di trifoglio.

La mantide sollevò le zampe falciformi.

Nadèje non esitò:
«Andiamo!»


Lo scontro

La mantide calò la zampa su Naoko, ma Nadèje le volò incontro in un lampo: la lancetta descrisse un arco, deviando il colpo giusto in tempo.

Carlotta si piazzò davanti alla ragazza, aprendo il parasole con un fwoom! teatrale.
La mantide esitò, confusa dal'improvviso cambiamento

Gwen…
Gwen fece ciò che nessuno si aspettava.

«Bene, cara, mi hai costretta!»
Dalla borsa tirò fuori una piccola pistola a doppia canna, placcata d’ottone e intarsiata di filigrana.

PAM-PAM!

Due  proiettili esplosero contro il fianco della mantide, lasciando solo graffi e irritazione. Ma tanto bastò a farla indietreggiare, frastornata.

La bestia però era grossa, e più forte di quanto pensassero.

Con un movimento rapidissimo afferrò il parasole di Carlotta e lo lacerò sul bordo.
Carlotta la colpì in risposta con il manico, come se fosse un randello.
Gwen caricò di nuovo la pistola.
Nadèje volteggiò sopra la testa dell’insetto, cercando un punto vulnerabile.

La mantide scattò, afferrando Nadèje per un piede.
La fata roteò, colpì la zampa con la lancetta e si liberò, evitando un terribile morso .

«Nadèje! No!» gridò Carlotta.

Naoko tremava, nascosta dietro un fiore gigantesco.

La mantide aprì le mandibole.

Lo scontro era davvero incerto.


La mantide, ferita ma ancora furiosa, digrignò le mandibole e oscillò le zampe falciformi come due giganteschi coltelli di vetro.
Nadèje, sospesa in aria, aveva il piede ancora indolenzito dalla stretta dell’insetto; Carlotta si parava davanti a Naoko col parasole ormai semistrappato; Gwen, con la sua piccola pistola a due canne fumante, caricava di nuovo con mani tremanti.

Era un attimo delicatissimo.

Tiro con Vantaggio:

Dadi Chance 3 e 6, Dado Rischio 3
SÌ, riescono a vincere!

E fu proprio l’unione delle tre che cambiò la sorte.


La controffensiva

Nadèje, approfittando del momento in cui la mantide mirava a Gwen, si fiondò verso il basso come una scintilla volante.
La lancetta colpì tre volte in rapida successione: tac—tac—tac!
Non erano colpi mortali, ma precisi: mirati alle giunture delle zampe.

La mantide indietreggiò, emettendo un fruscio irritato.

Carlotta, stringendo i denti, usò il parasole come uno scudo e come una leva, respingendo una zampa che le avrebbe altrimenti tagliato il fianco.
Poi, con un grido che era mezzo di paura e mezzo di coraggio, sferrò un colpo secco al ginocchio chitinoso dell’insetto.

CRAACK!

La mantide vacillò.

Gwen, che era rimasta dietro, colse l’attimo:
si arrampicò su uno stelo di fiore con una rapidità sorprendente per una Boggart erudita, poi saltò… e fece esplodere entrambe le canne della sua pistola a bruciapelo proprio sopra la testa dell’insetto.

Lo schianto della doppia esplosione fece tremare i petali intorno.
La mantide arretrò, confusa, stordita, con le grandi zampe che tagliavano l’aria a vuoto.

Nadèje gridò:

«ORA!»

Carlotta brandì il parasole come una lancia, Gwen calò la sua bisaccia come un martello, e Nadèje, con un ultimo fendente di lancetta dato in volo, colpì la creatura tra gli occhi composti.

La mantide emise uno stridio furioso…

…poi si ritirò, battuta ma viva, e scappò tra gli steli del prato estivo, lasciando dietro di sé un pezzo della sua chitina incrinata.


Naoko è salva

La giovane, tremando come una foglia, si inginocchiò davanti alle tre:

«A… arigato… arigato mille volte… pensavo che mi avrebbe mangiato viva…mi chiamo Naoko, apprendista botanica della scuola di Kuzado, in cerca di pollini rari. Mi avete salvato la vita, sono in debito con voi»

Carlotta le posò una mano sulla spalla e la tirò in piedi, ancora ansimante.
«Tranquilla piccola… siamo qui apposta.»

Gwen ripose la pistola nella borsa come se niente fosse, poi aggiunse, con aria saggia:

«Le mantidi del Giardino sono sempre affamate. E noi oggi… non avevamo nessuna intenzione di diventare il loro pranzo.»

Nadèje sorrise, pulendo la lancetta con un panno.

«Siamo vive e illese tutte quante. Questo basta.»

Naoko annuì, ancora scossa… ma salva

Diario di Nadèje – Primo giorno d’estate, in viaggio verso Hanado

La mantide se n’è andata, e anche se il cuore mi batte ancora forte per lo spavento, sono felice che siamo riuscite a proteggerci tutte.
Carlotta è stata incredibile. È stata una visione: con il parasole alzato come uno scudo, il vento che le muoveva i capelli neri, la voce ferma nonostante la paura.
Quando la guardo combattere, mi ricordo perché la amo così tanto: perché è coraggiosa nel modo più puro, quello che nasce dall’amore.

Gwen…
Be’, Gwen ha tirato fuori una pistola dalla borsa.
Una pistola.
Io non sapevo che ne avesse una! Credo che nemmeno Carlotta ne avesse idea.
Quella donna è un caos ambulante, ma un caos di cui sono grata.

E poi c’è Naoko.

Piccolissima, dolcissima, spaventata.
Quando la mantide stava per colpirla ho pensato solo: non davanti a noi, non mentre possiamo ancora fare qualcosa.
E così abbiamo fatto.

Ora cammina accanto a noi, raccontandoci nomi di fiori e funghi che non ho mai sentito.
Dice che ci guiderà verso Hanado.
Mi fido.
Ha l’aria di una giovane gemma che vuole soltanto crescere verso la luce.

Io, invece, penso a ciò che ci aspetta.

Il Santuario del Glicine.
Il terzo frammento della Tavoletta.
Il Serpente della Luna.

E penso a Lale. Ai suoi appunti.
Alle storie di unioni antiche tra donne, di riti che la Cantina ha dimenticato.
Mi domando cosa scopriremo, cosa porteremo con noi… e cosa cambierà tra me e Carlotta quando avremo davvero capito il peso di quelle tradizioni perdute.
Forse nulla.
Forse tutto.
La amo già come se fosse la mia metà di vita.
Ma sapere che potremmo avere un nome, o una storia, o un’antica benedizione per ciò che siamo…
non lo so.
Mi farebbe sentire meno come un’eccezione e più come una continuazione.

Il calore dell’estate ci schiaccia come una coperta di velluto pesante.
Ma siamo insieme.
E finché Carlotta cammina al mio fianco, finché Gwen borbotta e ride e inciampa, finché Naoko ci guarda come fossimo eroine delle leggende…

…il futuro non mi fa paura.



Il Castello Nero di Sakura 

Il viaggio verso Hanado proseguì tra ondate di caldo estivo e un frinire di insetti che pareva un coro infinito.
E fu allora che li videro: due enormi corvi,  che volavano in alto nel cielo, facendo grandi cerchi lenti sopra i prati.

«Sono vedette,» mormorò Naoko. «Sempre in coppia. Appartengono al Clan Oni.»

Carlotta rabbrividì nonostante il caldo.

Quando uscirono dall’ombra dei fiori giganti e la valle si aprì davanti a loro, apparve Sakura, il capoluogo di Hanado.

Le case erano leggere, di legno e carta di corteccia, con immense corolle fiorite poste sui tetti come ombrelloni viventi. Pervase dal vento caldo, le corolle si muovevano lentamente, creando una danza di colori: viola, giallo, rosa, bianchi lattiginosi.

Ma sopra ogni cosa, solitario e cupo incombeva:

Il Castello Nero del Clan Oni.
Un forte scuro, dalle travi color carbone e le tegole lucide come ossidiana.

Le ragazze si fermarono a una bancarella all’ingresso della città. Il venditore, un anziano Shinigami gobbo, offrì loro tè di verbasco freddo e nettare di margherite, che bevvero avidamente. Le ragazze cominciavano appena a rinfrescarsi quando…

CLANG. CLANG. CLANG.

Un drappello di samurai in armatura nera si avvicinò, guidato da un capitano dall’elmo cornuto.
Non c’era nulla di ospitale in quell’arrivo: era come essere prese nella rete di un ragno.

«Le tre viaggiatrici,» disse il capitano. «Siete convocate dal nostro Daimyo. Ora.»

Carlotta strinse la mano di Nadèje.
Naoko fece un piccolo verso che  significava “Sono troppo giovane per essere esiliata”.

Le ragazze compresero subito che non c’era possibilità di rifiutare
E così seguirono i samurai.


Il Daimyo Oni Raidon

Il castello era austero, freddo, gigantesco, costruito per incutere paura.
E funzionava.

Nella sala principale, circondato da armi appese dappertutto – lance, naginata, lame di zampa d’insetto, moschetti damascati – sedeva lui:

Oni Raidon.

Il più imponente degli Omini che le tre avessero mai visto.
Alto come un fungo Camomino.
Pelle blu e nera come la tempesta, denti aguzzi, occhi gialli ferini, capelli corvini sciolti sulle spalle.

Appena le vide, la sua voce esplose come un tuono:

«Cosa cercate a Sakura, straniere?
La stagione della fioritura primaverile è finita!
Non siamo un giardino da picnic!»

Le guardie sfoderarono le armi.
Un soffio di paura attraversò la sala.

Gwen impallidì.
Naoko balbettò scuse in Shigo.
Carlotta serrò la mascella, pronta a qualunque cosa.
Nadèje…
Nadèje sentì il sudore scenderle tra le ali.
Si preparò davvero a morire combattendo, se necessario, pur di proteggere Carlotta.

Poi Raidon puntò un dito gigantesco verso di loro:

«Siete forse spie di Yorogumo, la serpe che regna a Tsukito?
Rispondete! O le vostre carcasse nutriranno i miei corvi!»

Fu allora che Nadèje si ricordò.

La squama dorata del grande pesce del Canneto.
Rara, preziosa.

Un dono perfetto per un uomo che amava le rarità.

La tirò fuori lentamente e la sollevò con entrambe le mani, come un’offerta sacra.

La luce dorata della squama si rifletté negli occhi di Raidon.

Il cambiamento fu immediato.
Come se una tempesta si fosse dissolta all’istante.

Il Daimyo si raddrizzò, improvvisamente cerimonioso, quasi cortese:

«Un… dono?
Per me?»

Prese la squama con delicatezza disarmante per un gigante come lui.
La osservò controluce, affascinato.

Poi batté le mani due volte.

«Portate kimono di seta di falena!
E anche tè  per le ospiti!»

Le guardie si inchinarono.
La tensione svanì come fumo.

Raidon sorrise — un sorriso non meno inquietante del suo ringhio.

«Potete restare a Hanado come visitatrici, dunque.
Ma camminate con attenzione: Hanado non è gentile con chi mente.»

Le congedò con un gesto largo della mano, e in un attimo si ritrovarono con addosso leggeri kimono color avorio, bellissimi e freschi sulla pelle.

Quando uscirono nel cortile, Gwen sussurrò:

«Io… non sono del tutto certa che quest’uomo sia sano di mente.»

Carlotta rispose:
«A me sembra solo che viva con troppi corvi.»

Nadèje non parlò finché non furono lontane dal castello.
Poi, solo allora, lasciò uscire il fiato che tratteneva da minuti.

«Non torniamo mai più lì.»

E le altre due annuirono senza protestare.


Arrivo al Santuario del Glicine

Alla fine della lunga salita tra le erbe alte e i fiori ormai quasi sfioriti, Nadèje, Carlotta, Gwen e la giovane botanica Naoko giunsero al Santuario del Glicine.

Lì, sotto un grande arbusto secco e nodoso—un vecchio ginepro che sembrava quasi un guardiano addormentato—si arrampicava un glicine pallido. I suoi ultimi grappoli scendevano come fili di seta sbiadita, e il vento, gentile, li aveva già sparsi tutt’intorno in un tappeto di petali color lavanda. Ad ogni passo, le ragazze camminavano sul profumo. Si trovavano all'estremità settentrionale del Giardino: oltre il santuario potevano scorgere gli alberi torreggianti del Lontano.

Le monache del santuario, donne Shinigami dai capelli rasati e dalle vesti color carta di riso, le attendevano in silenzio. I loro movimenti erano lenti e misurati, come se persino respirare fosse parte di una liturgia.

Senza dire una parola, le monache le condussero all’interno della piccola sala cerimoniale. Un pavimento di assi levigate, pareti decorate da pennellate color indaco, una finestra che lasciava entrare solo luce filtrata dal glicine.

Poi iniziò la cerimonia.

Le mani delle monache erano lievi come piume mentre scaldavano l’acqua, porgevano le tazze minuscole, mescolavano le foglie di piantaggine verde in un bricco di terracotta screpolata. Ogni gesto era così lento da sembrare eterno, eppure non dava mai l’impressione di indugiare.
Una grazia che Nadèje guardava con sincero incanto; Carlotta con rispetto un po’ rigido; Gwen con l’attenzione tecnica di chi vuole ricordare ogni passaggio per ripeterlo, forse, un giorno.

Quando il tè venne servito, le monache si inchinarono.

Solo allora, una di loro parlò:

«Avete viaggiato molto. E cercate qualcosa.»

Nadèje, con la sua naturale cortesia, rispose in un misto di Shigo e Domestico, spiegando che desideravano il terzo frammento della Tavoletta della Luna, così che potessero ricomporla e mettersi sulla traccia di Occhi di Pietra, il Serpente della Luna.

Le monache si scambiarono uno sguardo.

Poi la più anziana disse:

«Il frammento è qui.»

Silenzio.
Il cuore di Nadèje fece un balzo. Carlotta serrò la presa sulla mano della Fata. Gwen si raddrizzò come se avesse inghiottito un’asse.

La monaca continuò, con voce serena:

«Ma non è destinato a chiunque possa combattere o superare prove fisiche.»

Le sue mani, nodose ma ferme, indicarono la teiera.

«Qui si venerano il silenzio, l’intenzione, la bellezza dei gesti.
Anche la grazia e la cortesia sono virtù che tutti gli Omini dovrebbero esercitare maggiormente.»

Poi sorrise appena.

«Ripetete la cerimonia. Non perfettamente: nessun Omino può farlo perfettamente.
Ma con rispetto, con calma e con cuore sincero.
Mostrateci ciò che già possedete dentro di voi… e vi consegneremo il frammento.»

La teiera venne posta davanti alle tre ragazze.
Tre tazze piccole come ali di moscerino.
Un bricco.
Una ciotola con le foglie essiccate e polverizzate.

Il vento scosse il glicine fuori dalla finestra, e una pioggia di petali cadde tutto intorno al Santuario.

*

Era il loro turno. Le ragazze, guidate dai sussurri prudenti di Naoko, si preparano a ripetere la cerimonia. Nadèje ripassa a mente i movimenti come fossero passi di danza; Carlotta si concentra sul respiro; Gwen osserva e imita con la precisione di una studiosa.

Quando la cerimonia ricomincia, tutto sembra procedere bene: i gesti sono delicati, lenti, rispettosi. Le monache osservano in silenzio.

Tiro: dadi Chance 5 e 4, dado Rischio 5 → Sì, ma… (e colpo di scena).

Le tre viaggiatrici riescono a completare la cerimonia: i movimenti sono corretti, l’intenzione sincera, la cortesia palpabile. Le monache annuiscono, soddisfatte… ma qualcosa stona all’ultimo passaggio.

Mentre Nadèje versa il tè finale nelle minuscole tazze di terracotta, un improvviso soffio di vento — forse naturale, forse no — attraversa la sala. Il glicine tremola, e un grande fiore color lavanda plana attraverso la finestra, atterrando proprio davanti alle ragazze.

Le monache si irrigidiscono.
È successo qualcosa.

La più anziana tra loro, la badessa Shizuka, si toglie lentamente la sciarpa di seta cerimoniale e dice:

«Avete superato la prova della grazia… ma il Santuario ha deciso di porvi un’altra domanda.»

Una novizia arriva con una piccola scatola di osso decorata con ideogrammi serpentini.

Shizuka continua:

«Il frammento della Tavoletta della Luna è qui dentro. Tuttavia il Santuario vi ha riconosciute come portatrici di un presagio. Qualcosa vi segue, o vi cerca. Prima di consegnarvi il dono, dovrete dimostrare che non portate con voi un’ombra pericolosa. Ora andate pure a riposarvi, stasera, quando sorgerà la luna, tornate da me.»

Le ragazze si scambiano un’occhiata inquieta.

Carlotta stringe la mano di Nadèje.
Gwen deglutisce e si aggiusta gli occhiali.
Naoko sussurra: «Non è mai accaduto… Non così.»

Il colpo di scena è servito: un’ulteriore prova inaspettata, dettata direttamente dal Santuario, che sembra aver percepito qualcosa nelle tre viaggiatrici. Qualcosa che nemmeno loro, forse, hanno capito di portare.


La Seconda Prova del Santuario del Glicine

“Mostrateci il vostro cuore alla luce della Luna che vede tutto.”

Dopo qualche ora di riposo inquieto, alla sera le ragazze tornano al cospetto della badessa, che le attende nella sala cerimoniale ora illuminata dalla luce calda delle lanterne di carta e dalla luce argentata della luna calante che entra dalle finestre. Shizuka apre lentamente la scatola di osso. Dentro c’è una grande scaglia bianca e lucida, pulsante come se respirasse. Le sue venature argentee ricordano il chiarore lunare, ma la sensazione che emana è… più antica. Più profonda.

«Questa è una Scaglia di Occhi di Pietra,» spiega Shizuka. « Può svelare le verità. Ma talvolta libera anche dagli inganni chele accompagnano.»

Le altre monache si dispongono in cerchio. Con un gesto lento e solenne, tracciano un sigillo d’aria.

«In piedi, al centro. Una per volta.»

1. Nadèje davanti alla Scaglia

Quando la Fata si avvicina, la scaglia si illumina di un tenue color lavanda—le stesse sfumature dei petali che l’hanno sfiorata prima.
Per un attimo la stanza vibra e tutti vedono qualcosa alle sue spalle:

Una serpentina ombra argentea, che si avvolge intorno alla sua figura. Non la minaccia… ma la osserva.

Le monache trattengono il respiro.

Shizuka sussurra: «Il Serpente l'ha osservata. Non toccata. Non marchiata. Ma… scelta?»

Nadèje si sente gelare.
Carlotta la prende per mano.

2. Carlotta davanti alla Scaglia

Quando la Sluagh si avvicina, la scaglia perde luminosità.
Una strana calma la avvolge. L’ombra serpentina attorno a Nadèje… si ritrae, quasi rispettosa, e ondeggia intorno a Carlotta.

La scaglia si oscura di un nero vellutato, e Shizuka annuisce:

«Il tuo cuore non porta inganno né pericolo. Anche tu sei… stata notata.»

3. Gwen davanti alla Scaglia

Quando Gwen posa la mano sopra la scaglia…

…questa emette un suono.
Un tintinnio, come cristalli che si spezzano.
E un attimo dopo, un’ombra si stacca da lei—piccola come un refolo d’inchiostro.

Gwen sussulta.
Naoko balza in avanti per sostenerla.

«Non è un male ciò che è dentro di te,» spiega Shizuka. «È un debito. Una cicatrice di un Contratto passato. Qualcuno  o qualcosa, un'ombra vivente, ti ha sfiorata in passato. Ma in te non c'è malizia: è… solo un'eco.»

Gwen si stringe le braccia. «Forse… Argo?»

Shizuka chiude la scatola.


Le monache si consultano.
Il verdetto arriva dopo un lungo silenzio.

«Non portate con voi un pericolo immediato. Ma siete vicine all’occhio del Serpente.

Shizuka consegna loro il terzo frammento della Tavoletta della Luna, avvolto in seta color glicine.

Le ragazze posero infine i tre frammenti sul tappeto di petali, e la Tavoletta della Luna si ricompose con un suono secco, come una goccia di pietra che cade nell’acqua. Le incisioni, prima spezzate e indecifrabili si allinearono con armonia.

La badessa Shizuka chinò il capo, lasciando che la luce argentea si riflettesse sulla rasatura perfetta del suo cranio. Le sue dita nodose seguirono i solchi dell’antica scrittura.

«Questo è linguaggio Shigo Lunare… molto antico,» mormorò. «Qui… sì… e qui… hm

Le ragazze trattennero il fiato.

Finalmente Shizuka sollevò lo sguardo.

«Il messaggio è semplice,» disse con quella calma distaccata che incute sempre un po’ di timore. «Per vedere Occhi di Pietra dovrai aprire la Porta della Luna…  la prima luna piena d’Autunno.»

Il silenzio cadde nella stanza.

Poi Naoko spalancò gli occhi, la mano sulla bocca.

«La Porta della Luna!?» esclamò. «La conosco! È un piccolo lago a Kuzado, vicino a casa mia!»

Carlotta si voltò verso Nadèje con un’espressione tra il divertito e l'esasperato che diceva chiaramente un altro viaggio lunghissimo eh?.
Gwen invece aveva già tirato fuori un taccuino, annotando febbrilmente.

Shizuka aggiunse, con tono grave:

«Se davvero volete incontrare il Serpente della Luna… preparatevi. L’Autunno non è lontano. La strada per Occhi di Pietra sarà la vostra… ma non vi illudete che sia un percorso facile.»

Carlotta stringe l'involto fra le dita.
Nadèje si sente osservata da un'entità senza tempo.
Gwen pensa al suo passato, e si chiede se il Serpente lo abbia visto prima di lei.


Diario di Nadèje – Notte del Glicine Caduto

Stanotte ho sognato il Serpente della Luna.
Non come visione poetica, non come racconto degli anziani della Cantina.
Come presenza.

Ero di nuovo nel Santuario a Tsukito, ma il pavimento respirava. Le piastrelle di osso si muovevano come scaglie vive, e i pilastri sembravano ondeggiare nel buio. Poi, dal centro della stanza, un bagliore: non luce, non tenebra, qualcosa di… lunare. Un’ombra argentea lunghissima, che si dispiegava come un nastro d’acqua:

Occhi di Pietra.

Gli occhi non erano occhi.
Erano due lune fredde, immobili, senza pupille, eppure piene di un’intelligenza che mi ha trapassata. Non parlava, ma sapevo che stava leggendomi, come se fossi un diario aperto. Ogni pensiero che volevo nascondere, ogni vergogna, ogni scintilla di desiderio, ogni paura: tutto stava lì, sospeso davanti a lui.

Mi sono sentita minuscola... e... trasparente.

Poi il serpente ha avvicinato il muso.
Le scaglie erano come specchi che riflettevano… me. Da bambina, che gioco con mia madre e mia cugina Alexienne. Poi me innamorata, danzante, furiosa, che colpisco con la lancetta, che stringo Carlotta quando ho paura. Tutte le mie versioni, una dopo l'altra.

E poi ha detto - non con la voce, ma con un pensiero che era anche un ordine:

“Se la falena vola troppo vicina alla fiamma si brucia, ma anche il gelo può bruciare. Attenta a volare nel buio Inverno, perché quando vedrai una notte sena stelle, dovrai compiere una dura scelta  ”

Mi sono svegliata con il respiro mozzato.

La prima cosa che ho fatto è stata afferrare Carlotta.
Non l’ho nemmeno chiamata: le ho stretto la vita come se dovessi trattenerla in questa realtà. Lei si è destata confusa,  pronta a prendere il parasole per usarlo come arma, e allora io le ho sussurrato “Scusa, scusa… non è niente, sono io…ho sognato il Serpente della Luna”.

Invece di arrabbiarsi, mi ha abbracciata più forte.
Ha appoggiato le labbra sulla mia fronte e poi mi ha detto piano:

“Era solo un sogno, non importa. Io sono qui. E tu sei qui. E se c’è un serpente gigante che ti dà fastidio nei sogni, ci parlo io.”

Ho riso. Non avrei dovuto, ma ho riso.
La sua voce, così dolce e un po’ roca per il sonno… è capace di farmi fare pace con qualunque cosa. Tra le sue braccia tutto diventa sopportabile, persino bello.

Però non era un sogno normale.
Era troppo chiaro, troppo lucido. Troppo… vero.

Eppure...

Chissà cosa vuole davvero da me , quel Serpente antico.

E chissà se quando arriveremo al lago avrò ancora il coraggio di ascoltarlo.

Ma stanotte, almeno,
non sono sola.

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