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Loner Household, Vol.2 Capitolo VI, Estate, sessione 6

 


In viaggio verso la Prefettura dell'Erba Alta

Le fonti storiografiche ci dicono che il giorno dopo aver ricomposto la Tavoletta della Luna, le ragazze si misero in viaggio verso Ovest, direzione Kuzado, la Prefettura dell’Erba. 

Era piena estate nel Canneto, e il sole pareva bruciare perfino l’aria: avanzavano lentamente, riposandosi all’ombra delle canne più alte, o in minuscoli insediamenti dove gli Shinigami offrivano acqua fresca e stuoie su cui rifiatare.

Per fortuna Naoko si rivelò una guida eccellente. Conosceva sentieri, pozze d’acqua, erbe refrigeranti e perfino i tempi delle brezze che attraversavano le praterie. Durante ogni sosta preparava piccoli composti naturali—pomate, infusioni, bustine aromatiche—che vendeva ai viandanti e ai mercanti delle stazioni di posta. Carlotta la aiutava, spiegando con un certo orgoglio che anche sua madre le aveva insegnato qualche rudimento d’erboristeria.

Le tre ragazze della Casa, dal canto loro, continuarono a fare ciò che sapevano fare meglio: esibirsi e improvvisare.
Nei villaggi più grandi improvvisavano un piccolo spettacolo. Carlotta cantava in Domestico con la sua voce calda e limpida, Nadèje danzava tra le ombre della sera lasciando dietro di sé strisce di luce riflessa dalle sue sciarpe, e Gwen… Gwen tirava fuori l’assortimento più improbabile di costumi, colori, stendardi di carta ripiegata e minuscoli effetti speciali. Con composti alchemici riusciva a creare fumi profumati, scoppiettii azzurri, e perfino leggere nuvole scintillanti.

Gli Shinigami stavano a guardare, spesso perplessi—quelle arti non erano proprie del Canneto—ma piano piano le loro espressioni cambiavano. Alcuni sorridevano. Altri applaudivano. In parecchi lasciavano offerte in piccole ciotole laccate.

Tiro con Vantaggio per l’abilità “nata per il palcoscenico”:
Dadi Chance 4 e 6, Dado Rischio 3 → Sì, ci riescono.

La gente del Canneto apprezzò, e il borsellino delle ragazze ne uscì  un po’ più gonfio.

Una sera, mentre dividevano un piatto di semi di gramigna spezzati bolliti e funghi al vapore sotto una pergola di fiori blu, Nadèje rise piano:

«Immagina la faccia del Generale de Morangiasse se ci vedesse così…»

Carlotta rispose subito, con un ghigno malizioso:
«O del pubblico del Teatro Reale di Beddingham! Due star del palcoscenico ridotte a fare le guitte itineranti…»

Gwen alzò lo sguardo dal suo taccuino:
«Per me siete sempre magnifiche.»

E mentre il sole calava dietro ai prati color giada, le quattro ripresero la strada, il passo lento ma costante, un po’ stanche, un po’ accaldate, ma sempre più vicine alla Porta della Luna.

***

Il sentiero verso Toguchi, il villaggio natale di Naoko, correva tra piccole dune d’erba morbida e ciuffi di fiori bianchi. L’aria profumava già dell’umidità del lago, quando un lampo rosso attirò l’attenzione di Carlotta.

«Fragoline!» esclamò, facendosi largo tra i cespugli. Nella Casa erano leccornie quasi sconosciute, che quasi nessuno ha mai gustato fresche.

Le bacche selvatiche erano  lucide, così perfette da sembrare una promessa di refrigerio dopo tante ore di cammino. Nadèje ne sfiorò una con la punta delle dita… ma subito l’aria si animò di un ronzio minaccioso.

Dalla vegetazione fragoline emerse un nugolo di vespe gialle e scattanti, irritate dalla loro presenza.

«Oh no…» mormorò Naoko, già rovistando nella borsa.

Le vespe si lanciarono in picchiata. Nadèje afferrò Carlotta per il polso e la trascinò indietro, mentre Gwen sventolava la gonna come un mantello nel tentativo di deviarle. Naoko tirò fuori una piccola fiala verde e la scuoté con un gesto rapido: un odore pungente di foglie amare e resina si diffuse nell’aria.

«Ho un repellente per vespe! Ma correte!» gridò.

Tiro con Vantaggio (per esperienza con bestie peggiori e per il repellente di Naoko):
Dado Chance 3 e 6, Dado Rischio 3 → Sì, ci riescono.

Il repellente fece il suo dovere: le vespe frenarono, si dispersero, e le ragazze ne approfittarono per fuggire giù per il pendio erboso, ridendo nervosamente e con il cuore in gola.

«Mai fidarsi delle fragoline del Canneto…» sbuffò Gwen, tampinando il cappello che quasi aveva perso.

«Io comunque una l’ho presa!» dichiarò Carlotta trionfante, stringendo il grosso frutto ormai un po’ ammaccato.

Nadèje sospirò e le baciò la tempia:
«Ecco perché ti amo. Perché anche quando il Giardino ci attacca… tu stringi una fragola come fosse un tesoro.»

Naoko, ancora scossa ma sorridente, indicò il sentiero che scendeva verso il fiume:
«Coraggio. Toguchi è vicina. E dopo questo… io dico che ci siamo guadagnate una ciotola di ramen ai germogli.»

Risero tutte, e ripresero il cammino. Toguchi le attendeva.


Arrivo a Toguchi

Toguchi si rivelò un  villaggio ordinato, con case di carta e legno scuro, e minuscoli ponticelli che attraversavano canali stretti come dita. Si trovava sul margine Sudovest del canneto: dalla porta rossa che conduceva all'abitato si vedeva la Linea Verde d'erba che separava il Giardino sul retro da quello sul Davanti, e la Casa stessa, imponente in lontananza. Non appena Naoko annunciò il suo ritorno, una donna rotondetta dal grembiule fiorito uscì correndo dalla porta di una casa di legno e carta rosata.

«Naoko!»

La botanica quasi scomparve tra le braccia della madre e i tonfi festosi degli schiaffetti sulle spalle. Subito comparvero anche il padre — un omino longilineo dagli occhiali storti — e i fratellini minori, che la circondarono come una piccola tempesta d’affetto.

Appena seppero che Naoko era sopravvissuta all’attacco di una mantide gigante, la famiglia quasi si inginocchiò davanti alle tre ragazze.

«Siete nostre ospiti. Nessuna discussione» decretò la madre, trascinandole letteralmente dentro.

Fu così che Nadèje, Carlotta e Gwen si ritrovarono sedute davanti a una tavola bassa stracolma di pietanze: germogli al vapore, alghe caramellate, piccoli pasticcini di loto e una zuppa profumata che scaldava le mani e l’anima. Nessuno volle sentire ragioni: dovevano mangiare, riposare e sentirsi parte della famiglia.

La piccola esibizione domestica

Per ringraziare tanta generosità, le ragazze proposero una piccola esibizione casalinga. I fratellini di Naoko sedettero composti sul pavimento di tatami, mentre i genitori guardarono con orgoglio l’insolito spettacolo.

Carlotta intonò un canto Vileziano, morbido e allegro, che parlava di zanzare capricciose e candele danzanti. Nadèje le girò intorno come una scintilla in movimento, danzando con i passi leggeri che l’avevano resa famosa nei teatri. Gwen, dal canto suo, creò un fumo profumato che si avvolgeva alle luci delle lanterne, facendo sembrare tutto un sogno color ambra.

Quando terminarono, il salotto esplose in applausi.

Una preoccupazione familiare

Fu durante il tè della sera che il padre di Naoko, con un sospiro, parlò di Aritomo, il vecchio proprietario della casa da tè “Le Foglie di Seta”.

«Pover’uomo… una volta la sua casa era il cuore di Toguchi. Adesso nessuno ci va più. I debiti lo stanno soffocando.»

La madre annuì.
«È troppo orgoglioso per chiedere aiuto. E troppo gentile per farsi vedere disperato.»

Nadèje e Carlotta si scambiarono un’occhiata: quella particolare scintilla che precedeva sempre le loro idee migliori… e peggiori.

«Potremmo aiutarlo» disse Carlotta. «Con quello che sappiamo fare meglio.»

«Uno spettacolo» concluse Nadèje, sorridendo. «E magari una raccolta fondi.»

Gwen si illuminò.
«Oh! E sapete chi è in città proprio adesso? Akari la Scarlatta, la famosa maiko. L’ho vista sul manifesto vicino al mercato!»

Naoko sgranò gli occhi.
«Akari? È una celebrità qui! Se partecipasse lei… la città intera verrebbe allo spettacolo!»

«Allora la cerchiamo» dichiarò Calotta. «E tentiamo di convincerla a unirsi a noi. Per Aritomo.»

Le tre ragazze — piene di buon cibo, affetto e di un entusiasmo nuovo — si prepararono a uscire la mattina dopo, pronte a cercare una delle performer più acclamate del Canneto.


L’incontro con Akari la Scarlatta

La mattina seguente, dopo aver salutato la famiglia di Naoko e ringraziato per l’ennesima colazione abbondante, le ragazze si incamminarono verso il quartiere più elegante di Toguchi.

Akari la Scarlatta alloggiava presso la Locanda dei Petali Caduti, un edificio di giunco e legno rosato affacciato su un piccolo stagno . Era un luogo tranquillo, elegante ma non ostentato — molto adatto a una maiko raffinata ma non snob.

Nadèje, incuriosita, bussò alla porta.
Dopo qualche secondo, una voce melodica, calma e leggermente roca — come se avesse cantato fino a tardi — disse:
«Entrate pure.»

Le tre ragazze varcarono la soglia… e la videro.

Akari la Scarlatta non era affatto l’immagine scintillante che tante locandine promettevano.
Era una donna Shinigami alta e snella, con la pelle color avorio velato, come i piccoli cornini che le crescevano sulla fronte, i capelli raccolti in una crocchia rosso scuro, più profondo dei petali di camelia ma più chiaro del vino di lampone.
Indossava un semplice yukata lilla, quasi dimesso, e stava seduta vicino alla finestra, con una tazza di tè tiepido tra le mani.

I suoi occhi — di un viola cupo e stanco — si posarono sulle ragazze come se le stesse valutando non come ospiti, ma come possibilità.

«Siete le tre viaggiatrici che hanno sconfitto la mantide nel sentiero dei gigli, vero? A Toguchi non si parla d’altro.»

Carlotta arrossì.
«Be’, non proprio sconfitta… più che altro messa in fuga.»

Akari rise piano, con una grazia naturale che nulla aveva a che vedere con la sua fama.

«Allora accomodatevi.»
Si spostò, facendo posto sui cuscini. «Non ricevo molte visite che non siano inviti mondani o pettegolezzi. Questa è una novità gradita.»

Nadèje rimase colpita dal contrasto: Akari era elegante, sì, ma in modo lieve, quasi vulnerabile.
Come se fosse abituata a vivere sotto lo sguardo altrui, senza però davvero volerci stare.

Naoko, emozionata, parlò per prima:
«Siamo qui perché abbiamo sentito dire che forse… potresti aiutarci.»

Akari sollevò un sopracciglio, divertita.
«Aiutarvi? Vediamo. Le cose semplici non mi riescono quasi mai… ma le imprese folli sì. Di cosa avete bisogno?»

Gwen prese coraggio:
«C’è un uomo gentile, Aritomo, che rischia di perdere la sua casa da tè. Pensavamo di organizzare uno spettacolo di beneficenza per raccogliere fondi. E… speravamo che tu potessi unirti a noi.»

Akari rimase immobile per un istante.
Poi appoggiò la tazza, guardò fuori dallo shōji semiaperto, e sospirò.

Riusciranno a convincere Akari? 

Tiro: dao Chance 3, dado rischio 1: Sì.MA.....

Si voltò verso di loro, e nei suoi occhi c’era una luce nuova.

«Sì. Lo farò.»

Carlotta e Nadèje trattennero un’esclamazione di gioia.

Akari però aggiunse, con un sorriso enigmatico:

«Ma c’è una condizione: mi aiuterete a  mettere al loro posto quelle insopportabili pettegole delle Tre Primule. Sono delle giovani maiko di poco talento ma con contatti piuttosto importanti, che si divertono a ostacolare gli altri artisti".

Le nostre giovani avventuriere non se lo fecero ripetere due volte.

Aoi, Kiri e Nanao, le Primule di Toguchi 


Le Primule di Toguchi (e le loro Lingue Affilate)


Le prove con Akari procedevano con sorprendente armonia: la maiko si rivelò puntuale, rispettosa, desiderosa di imparare e anche dotata di un’ironia sottile che Carlotta trovò irresistibile.


Ma Toguchi non è un luogo in cui qualcosa possa procedere *troppo* bene.


Il terzo giorno di prove, mentre le ragazze uscivano dalla Locanda dei Petali Caduti, trovarono ad aspettarle tre maiko locali, tutte più giovani di Akari, ma molto più rumorose.


Erano le Tre Primule di Toguchi note per:


* i kimono impeccabili,

* i sorrisi finti come una banconota da 2 Crì,

* e la capacità di distruggere una reputazione più velocemente di un tifone.


Appena avvistarono Akari, si scambiarono occhiate velenose.

Poi, come fiori tossici, sbocciarono in sorrisi perfetti.


Primula Aoi, con un ventaglio di foglia dipinta, commentò ad alta voce:

«Ma guardate chi è tornata… Akari la Scarlatta. Che sorpresa! Pensavamo fossi in tournée a Tsukito, o forse… ritirata?»


Le altre due ridacchiarono, nascondendosi dietro i ventagli.


Akari, con una calma glaciale:**


«Buongiorno, Primule. È sempre un piacere vedervi esercitare i muscoli del volto. Spero non vi si stanchino.»


Nadèje soffocò una risata. Carlotta stava già diventando color peperoncino.


Primula Nanao, la più piccola ma la più tagliente, osservò Carlotta e Nadèje:


«E queste? Le tue… sostitute?»


«Le mie colleghe,» rispose Akari senza battere ciglio. «O avete dimenticato che l’arte non conosce confini?»


Le maiko si guardarono tra loro, con occhi che dicevano “chi si crede di essere questa per risponderci così davanti a delle straniere?”.


Poi Aoi si avvicinò a Nadèje, inclinando la testa in un gesto che sembrava cortese… ma non lo era.


Aoi: «Tu devi essere la danzatrice straniera. La gente dice che avete salvato una botanica da una mantide. Che storia affascinante…del resto c'è chi fa arte e chi racconta storie.»


Nadèje sorrise.

Un sorriso così dolce da essere quasi un avvertimento.


Nadèje: 

«Sì. Affascinante e variopinta, come voi... ma più garbata.»


Per un attimo, perfino Gwen rimase a bocca aperta.


Le Primule trattenero il fiato.

Le offese eleganti sono le più difficili da sopportare.


Primula Kiri, la più emotiva, sbottò:

«Ma insomma! Non capite? Toguchi ha le sue tradizioni! Qui non si entra in scena senza permesso della Maestra di Sala! Se pensate che potete arrivare da fuori, prendere un palco e farvi applaudire…»


Akari fece un passo avanti.


La sua voce fu morbida, ma ferma come il bambù dopo il temporale.


Akari:

«È per beneficenza. Per salvare la casa da tè di Aritomo. Se volete opporvi, ditelo chiaramente. Così la città saprà chi ha impedito di aiutare un anziano in difficoltà.»


Silenzio.


Letale.


Le Primule si irrigidirono.

Il pettegolezzo è un’arte… ma la cattiva reputazione è una malattia incurabile.


Aoi tossicchiò, improvvisamente più mansueta.


Aoi:

«Be’, noi… certamente non vogliamo ostacolare il bene della comunità.»


«Perché la comunità parla, sapete?» aggiunse Nanao, con un sorriso forzato. «E non sempre dice quello che vorresti.»


Akari:

«Oh, lo so benissimo.»


Le tre maiko eseguirono un inchino affrettato, e si allontanarono come tre farfalle infastidite dalla luce del sole.


Quando furono abbastanza lontane, Gwen sospirò.


«E io che pensavo che i rospi giganti fossero le creature più pericolose del Canneto.»


Carlotta: «Beh, almeno i rospi non sorridono mentre ti avvelenano.»


Akari rise, e fu una risata bellissima.


«Non preoccupatevi. Le Primule sbocciano ovunque… ma appassiscono in fretta.»




Sul palco, Nadèje danzava con grazia: veli che fluttuavano, passi leggeri, la voce di Carlotta che intonava un canto basso per dare ritmo e la nebbia violetta prodotta da una polverina di muffe bruciata da Gwen creava un'atmosfera irreale. Carlotta la raggiunse nella danza e le due iniziarono a volteggiare guardandosi negli occhi, con le mani che si sfioravano.

Il pubblico era rapito.


Tranne le Primule di Toguchi. 


Sedute a pochi passi dalla Maestra di Sala, ricominciarono a sussurrare commenti velenosi.


«Guarda quelle braccia…» sibilò Aoi, aguzzando gli occhi.

«Cicatrici. Dev’essere una che si azzuffa per strada.»

«O che perde spesso,» aggiunse Nanao con un sorrisetto tagliente.

«Le fate non dovrebbero essere così… rovinate.»


A quelle parole, Carlotta si fermò per un battito.

I suoi occhi divennero neri come pozze profonde.


«Come vi permettete—» cominciò, già pronta a scendere dal palco.


Nadèje capì subito il pericolo.

Con uno scatto elegante le afferrò il polso, la tirò verso di sé e sussurrò:


«Guardami. Respira.»


### **Tiro con vantaggio: dado chance 2 e 3, dado rischio 3 → Sì, ma… Colpo di scena!**


Carlotta si calma, sì.

Il suo respiro torna regolare, e Nadèje le sorride con dolcezza — quel sorriso che sembra fatto apposta per sciogliere tutti i nodi.


Ma il *ma* arriva subito.


Aoi, vedendo che le sue parole non avevano prodotto abbastanza danno, si fece prendere dalla stizza.

Con un movimento rapido estrasse una piccola fiala azzurrognola dalla manica del kimono.


«Vediamo se ballate ancora così bene… con questo.»


Prima che qualcuno potesse fermarla, gettò la fiala sul palco.


La boccetta rotolò tra i piedi di Nadèje e Carlotta, si incrinò, e con un *crack* secco esplose una nuvola di spore colorate.


Dal legno del palco cominciò a crescere qualcosa.

Qualcosa di vivo.


### **Colpo di scena — Incontro n. 9: Barriera di vegetazione**


Un’enorme massa di **funghi variopinti** si gonfiò come un organismo respirante.

Cappelli tigrati, ventagli viola, spugne dorate, tentacoli molli che si avvolgevano tra loro.

Una barriera vegetale, pulsante e imprevedibile, si aprì come una bocca davanti alle danzatrici.


La folla urlò.

Naoko saltò indietro.

Gwen lanciò un’imprecazione molto poco erudita.


La Maestra di Sala si alzò di scatto, per la prima volta con uno sguardo apertamente furioso.


Akari la Scarlatta si coprì la bocca con la mano, scioccata:

«Aoi, che cosa hai fatto?!»


Sul palco, Nadèje, con i petali del costume che tremavano, disse soltanto:


«Carlotta… preparati. Questo non fa parte della coreografia.»

La massa di funghi variopinti cresceva sul palco come un mostro respirante.

La gente urlava, le Primule erano impallidite, la Maestra di Sala in piedi — e lo spettacolo sembrava destinato a crollare.


Ma Gwen Summers, erudita, attrice dilettante e opportunista geniale, vide l’occasione.


Si mise davanti alla folla, alzò entrambe le braccia e, nel suo Shigo ancora incerto, gridò:


«Signore e signori! Presentiamo… la Duellante delle Mille Spore! L’eroina che attraversa la Foresta dei Funghi Velenosi!»


La folla si zittì di colpo.


Gli occhi sulla scena.


Nadèje capì immediatamente.

Si lanciò in avanti, piroettando: la lancetta sguainata solo per tagliare i funghi e farsi largo nel loro intrico soffocante.

Ogni movimento era una danza: veloci fendenti, colpi circolari coreografici, salti elegantissimi.

I cappelli fungini volavano via come coriandoli.


Il pubblico esplose in applausi.


Carlotta allora fece ciò che le veniva meglio: aprì la gola e intonò, con voce forte come un rullo di tamburi, una canzone di battaglia di Uthu Bathur, tutta ritmo e fierezza.


I bambini saltavano, gli adulti sorridevano, i samurai annuivano approvando il vigore della ballata.


Perfino la Maestra di Sala, che non aveva sorriso in vent’anni, sollevò un sopracciglio in un’espressione simile a un compiaciuto “hm”.


Gwen, dietro, agitava un ventaglio per creare effetti di vento epico.


Quando Nadèje concluse l’ultima piroetta e la massa fungina si era ridotta a un tappeto di colori innocui, la piazza esplose in un’ovazione.


E le Primule…

Le Primule non avevano più voce.

Ecco la scena, breve e scorrevole, con il tiro già integrato e il risultato coerente.


La Fine dello Spettacolo e le Offerte Raccolte

Quando l’ultimo verso della canzone di Uthu Bathur svanì nell’aria estiva, la piazza di Toguchi rimase per un istante in silenzio.
Poi—come una diga che cede—scoppiò in un’ovazione fragorosa.

Le offerte iniziarono a piovere nel cesto delle raccolte: monete di metallo numismatico e di osso, fiori intrecciati con banconote domestiche, piccoli sacchetti di polline, talismani, e perfino un paio di stoffe pregiate.

Gwen teneva il cesto come se fosse un trofeo da battaglia.

Carlotta, ancora arrossata per l’adrenalina, contava e ricontava le offerte con occhi sempre più stupiti.

Nadèje sorrideva: quello era il genere di magia che sapevano creare, e che—almeno per una sera—bastava a cambiare la sorte di qualcuno.

Tiro con vantaggio: dadi Chance 5 e 1, dado Rischio 1 → SÌ, e in grande misura.

Le offerte erano più che sufficienti.
A dire il vero, erano abbondantissime.

Quando tornarono alla piccola casa da tè di Aritomo, l’anziano shinigami rimase senza parole.
Guardò i tre cesti pieni, poi le ragazze, poi di nuovo i cesti.

Infine gli tremarono gli occhi lucidi.

Aritomo: «Non so come… non so come ringraziarvi. Avete… avete salvato la mia casa.»

Li fece entrare, quasi tirandole dentro per la commozione, e frugò dietro al bancone finché non trovò un piccolo cofanetto di legno laccato, chiuso con un fermaglio a forma di foglia.

Aritomo: «Questo apparteneva alla mia defunta madre. È un Omamori del Tramonto, un porta-fortuna che protegge i viandanti dalle strade perdute e dagli spiriti malintenzionati.
Non l’ho mai donato a nessuno. Ma voi… voi siete come figlie per me.»

All’interno, su un cuscinetto di velluto, c’era un minuscolo amuleto rosa-oro, che sembrava brillare alla luce della lanterna.

Carlotta lo prese tra le mani con un’espressione commossa.
Nadèje lo legò al fiocco della propria bisaccia.
Gwen semplicemente annuì con un sorriso un po’ stanco. 

Per una notte, almeno, tutte e quattro sentirono di aver fatto qualcosa di profondamente buono.


## Conseguenze per le Primule di Toguchi


Il giorno dopo lo spettacolo, l’aria in città era piena di chiacchiere.

Tutti avevano visto:


* lo spettacolo riuscito,

* la raccolta fondi per Aritomo,

* **e la fiala di funghi “scenografici” lanciata sul palco**.


La **Maestra di Sala** convocò le Tre Primule nel suo studio.


Non urlò.

Fu peggio.


Con voce molto calma disse che:


* avevano messo a rischio il pubblico,

* sabotato uno spettacolo benefico,

* e, soprattutto, mancato di rispetto alla scena stessa.


Risultato:


* le Primule furono sospese da ogni esibizione pubblica per un’intera stagione,

* obbligate ad aiutare Aritomo nella casa da tè come cameriere e donne delle pulizie

* e incaricate, su ordine della Maestra, di **ripulire il palco e i dintorni da ogni traccia dei funghi**.


Nessuna umiliazione plateale, ma un messaggio chiaro:

la scena non è un posto dove sfogare gelosie.


Akari, da lontano, osservò tutto in silenzio.

Poi tornò a stringersi nello yukata, con un’espressione che diceva: forse, stavolta, è andata come doveva andare.


---


Diario di Nadèje – Notte dopo lo spettacolo a Toguchi


La casa da tè di Aritomo profuma ancora del tè alla piantaggine tipico del Canneto.

La città si è finalmente zittita, e noi ci siamo ritirate nella piccola stanza che la famiglia di Naoko ci ha prestato per la notte.


Sono stanca, ma è una stanchezza buona.


Poco fa, mentre toglievo i veli dall'abito di scena, ho visto Carlotta che guardava le mie braccia.

Le cicatrici.

Quelle che le Primule hanno notato con la loro lingua avvelenata.


Le ho detto: «Non ti piacciono?» scherzando.

Lei ha fatto quella faccia che conosco bene, quella da “non dire sciocchezze”.


«Mi piaci tutta,» ha risposto. «Ma mi fa rabbia che ti abbiano ferita… e che qualcuno usi le ferite come insulto.»


Mi sono avvicinata.

Le ho preso le mani.

Gliele ho posate proprio lì, sui segni bianchi sulla pelle.


«Queste sono il conto delle volte in cui non mi sono girata dall’altra parte» le ho detto. «E alcune me le sono fatte combattendo insieme a te... e per te te. Non sono cose di cui vergognarsi. Sono esperienze, memorie.»


Lei ha sospirato, poi mi ha tirata giù sul futon.


Abbiamo parlato piano, al buio, della porta della luna, di Occhi di Pietra, di quello che potremmo trovare, di quello che potremmo perdere.

Ogni tanto lei faceva una battuta per sdrammatizzare, e io ridevo contro la sua spalla.


A un certo punto ho smesso di parlare e mi sono solo stretta a lei.

Lei mi ha accarezzato i capelli, con quel gesto lento che mi fa sentire… al sicuro, anche quando nessun posto lo è davvero.


«Finché siamo tutte e due qui,» ha sussurrato, «possono parlare quanto vogliono, Primule o serpenti. Noi continuiamo a danzare.»


E io, per la prima volta da giorni, ho pensato che forse, davvero, non è poi così terribile avere un destino che brilla un po’ troppo, se nel riflesso ci siamo noi due.


Adesso lei dorme.

Io no, ma quasi.


Chiudo il diario.

Mi avvicino a lei.

E mi lascio cadere nel sonno, 

sapendo che domani, qualunque cosa ci aspetti, ci arriveremo insieme.


— *N.*





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